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Angelo Benessia: “Il grattacielo Sanpaolo? Bestia mangia-energia”

 

30 SET 2017

da La Stampa del 29.10.2009

Beppe Minello


Bipartisan, equilibrio, understatement sono parole e concetti che guidano ogni sua mossa e ragionamento, sfugge i giornalisti come la peste e se deve indicare ai contemporanei la strategia migliore per le fondazioni bancarie di fronte alla crisi e, va da sè, le ricadute sulla governance delle banche conferitarie, non sceglie, per dire, un palcoscenico stellare come l’assemblea di Confindustria ma la tribuna di un convegno organizzato da una misconosciuta fondazione culturale di Jesi.
Se quindi sentite Angelo Benessia, 68 anni, da 40 avvocato e da un po’ più di uno presidente della Compagnia di San Paolo, dire che il grattacielo che Intesa-Sanpaolo - di cui è primo azionista - sta costruendo all’angolo fra corso Vittorio e corso Inghilterra, «è una bestia strana, che costa tanto, che mangia energia, che come tutti i grattacieli dopo un certo numero di anni dev’essere abbattuto e rifatto» state certi che dev’essere un oggetto che, per usare un eufemismo, non gli piace affatto.
Siccome uno più uno, almeno dalle parti dell’avvocato Benessia, fa sempre due, sono parole dalle quali traspare quantomeno una critica al principale sponsor dell’opera disegnata e progettata dall’archistar Renzo Piano, e cioè Enrico Salza. Il presidente del Comitato di gestione di Intesa-Sanpaolo, è il sanguigno oppositore ai piani della coppia Benessia-Chiamparino, la quale vorrebbe meglio tutelati gli interessi torinesi all’interno di una banca diventata troppo milanocentrica e, per questo motivo, spinge per modificarne la governance. Salza, al contrario, è convinto che l’equilibrio fra Mole e Madonnina «sia perfetto» e ha sempre attribuito al grattacielo in costruzione un valore simbolico sul ruolo che Torino ha all’interno della superbanca.
Gli stessi argomenti usati da Benessia per illustrare i teorici «pro» dell’opera in costruzione: «C’è chi vi vede un simbolo della città, un simbolo di potenza...». Pro e contro sul grattacielo («Sul quale non sono preparato a rispondere» era stata la prudente premessa e «Ora avete elementi su cui riflettere» è stato l’altrettanto prudente finale) illustrati a una trentina di studenti del liceo «Spinelli» ospitati sotto uno dei due gazebo allestiti da «Open Mind» in piazza Castello. Studenti autorizzati a fare qualsiasi domanda all’illustre ospite, intervistato da Souad, 23enne marocchina in velo islamico, e sotto gli occhi dei frustrati cronisti. Ai giovani, Benessia ha raccontato la sua infanzia, della famiglia di origini contadine e con un padre, diventato
[url=http://www.replicasrelojesespana.com]replicas de relojes[/url] maître del Casinò di Montecarlo, che a Torino era riuscito ad aprire un locale in San Salvario distrutto dalle bombe durante la guerra. Tra l’attività di avvocato e quella di presidente della Compagnia, preferisce la seconda, anzi - dice - gli «piace da matti».
Ama il ciclismo (è arrivato in piazza Castello in sella a una vetusta ma scicchissima «Raleigh»); in gioventù ha tifato Toro e di Torino ama il Monte dei Cappuccini. A naso non crediamo sia «Tornare in cima al Monte Rosa» il suo sogno nel cassetto come ha risposto dopo una lunga riflessione. Sposato, due figlie e relativi nipotini, sembra rimpiangere di non aver dedicato abbastanza tempo alla famiglia: «Certamente però, io e mia moglie le abbiamo dedicato tutto il tempo che avevamo». Ai giovani in platea ha raccontato cosa significava essere giovani negli Anni 50 «senza telefono, telefonino, computer: avevamo nulla, tranne fumetti, libri e tanto tempo per pensare a noi stessi. Una cosa che fa maturare, mentre voi, certamente più svegli di noi ma con tante cose da fare, non avete più tempo per voi stessi. La mia scuola era severa, bocciava, ma funzionava ancora da ascensore sociale. Oggi, frequentarla è come imparare a nuotare in una piscina con 40 centimetri d’acqua: un’impresa ardua». Servirebbero riforme, dice Benessia, ma «invece di realizzarle in modo bipartisan vediamo ogni ministro proporre una soluzione che cancella tutto quello realizzato dai predecessori. Anche i contadini sanno che quando si pianta un albero saranno altri a vederne i frutti».


 

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