NON GRATTIAMO IL CIELO!

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Paura del buio sotto i grattacieli tutta colpa dei progetti sbagliati

 

30 SET 2017

Da La Repubblica del 16.05.2008

Gianni Biondillo


La prima volta che Le Corbusier andò negli Stati Uniti una delegazione lo accompagnò in giro per New York, tutta orgogliosa della "giungla d´asfalto" che svettava su Manhattan. Alla domanda di cosa pensasse di tale meraviglia pare che l´architetto francoelvetico rispondesse, lapidario: «I grattacieli? Troppo bassi e troppo vicini». In quelle parole c´era l´atteggiamento snob dell´intellettuale europeo verso la volgarità d´oltreoceano, ma c´era anche il teorico razionalista che sul tema aveva vergato pagine fondamentali. È come una partita doppia, quella teorizzata da lui. Date le nuove tecnologie edili, si poteva finalmente costruire in altezza, liberando però il suolo per l´uso collettivo: parchi, spazi pubblici, servizi. New York, ai suoi occhi, era la barbarie. Una selva incoerente di torri indifferenti alla socialità, sfoggio capitalistico di potere, gara un po´ infantile a chi arrivava più in alto o ce l´aveva più lungo. Penso spesso a lui, mentre seguo divertito la polemica sulle torri di CityLife e sulle ombre dei nuovi grattacieli sopra la città.
Come al solito i nodi vengono al pettine, e come al solito troppo tardi. Da una parte le esigenze della popolazione, dall´altra quelle del mero interesse privato che si camuffa goffamente in una operazione di rilancio della città. Partendo dalla vecchia fiera dove la protesta dei residenti evoca un sole lungamente oscurato anche sopra il parco ai piedi dei nuovi edifici, CityLife è un brutto progetto, con una cubatura colpevolmente alta, e tutti i dovuti aggiustamenti in corso d´opera sanno sempre più di pezze che non sanno coprire la falla. Detto ciò, io non mi annovero fra i denigratori del grattacielo tout cour. E la becera questione di raddrizzare il progetto di Libeskind con iniezioni di viagra, mi sembra più una boutade da osteria che una dotta e divertita citazione al professor Grammaticus di rodariana memoria (che voleva addirittura raddrizzare la torre di Pisa). Quando ancora studente feci il mio praticantato nello studio milanese di un vecchio professionista, mi accorsi di quanto fosse indifferente, quando progettava, all´asse eliotermico. Memore dell´antico adagio "nove mesi inverno, tre mesi inferno" sapeva che Milano, alla fin fine, resta una città grigia, dove il sole non si vede mai (e dove il cielo "è bello quando è bello", per dirla con Manzoni), o dove l´afa estiva ti attanaglia e cerchi, semmai, un disperato riparo. All´ombra.Ora: che i grattacieli facciano ombra mi pare la scoperta dell´acqua calda. Le proposte di cambiamento in corso d´opera, per esempio quella caldeggiata dai comitati della zona Fiera che suggeriscono di invertire l´orientamento dei grattacieli, degli edifici residenziali e del parco, mentre cerca di risolvere un problema ne apre degli altri: evitando che la proiezione [url=http://www.replicadereloj.es/relojes/hublot]hublot replicas[/url] delle ombre delle torri interferisca sul parco previsto, questa oscurerà di conseguenza il quartiere che si adagia ai loro piedi, o viceversa. Insomma, per quanto si tiri la coperta, sempre troppo corta, qualcuno pagherà per una scelta di politica urbana semplicemente demenziale. Citylife è un brutto progetto non perché ha le torri storte o perché alla loro base il buio non farà crescere l´erba, ma perché pecca di una autoreferenzialità fatta di oggetti indifferenti al contesto, piovuti dal cielo, che esibiscono muscolarmente la loro eccentricità, senza controllare gli equilibri e le ricadute sull´intera città. Basti pensare che persino spostare o meno queste tre torri significherà cambiare le essenze da seminare nell´eventuale parco. Più ombra o meno ombra implica piantumazioni differenti. Fosse stato un progetto migliore non avremmo parlato di ombre, ma di sostanza. Abbiamo perso, insomma, l´opportunità di inventare un simbolo davvero condiviso dalla cittadinanza. Ché tranne alcuni pelosi nostalgismi da nimby della porta accanto, i milanesi, quando è il momento, sanno scegliere i nuovi segni urbani con i quali identificarsi. O li sanno denigrare senza pietà. Io vi confesso che non so più guardare il progetto dei tre grattacieli senza pensare ad una mia amica alla quale ricordano due ubriachi che aiutano il terzo a vomitare. Ormai tra me li chiamo "i tre ciucc", come il gruppo scultoreo in via Lazzaro Papi. Che peccato. Anche perché, da San Giminiano, a Bologna, a Pavia, giù giù fino a New York, non ostante l´opinione di Le Corbusier, un certo gusto romantico-tecnologico la selva di torri ce lo solletica, non possiamo negarlo. La Torre Velasca, ad esempio, è sita nel centro di una piccola piazza quadrata e si staglia sulle case attorno a sé da cinquant´anni, eppure nessuno si è mai lamentato della sua ombra. Qualcosa vorrà pur dire, no?


 

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