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Architetti, i guru alla sbarra

 

30 SET 2017

Un pamphlet attacca le grandi firme - da La Stampa del 21.04.2008

Mirella Serri


Protagonista, l’archistar. Eccola, la figura più fashion della nostra turbata modernità, l’architetto-superstar che, raggiunta una gran notorietà, si trasforma in archi-scoopista continuamente pronto a lanciare la palla della provocazione, a concepire il monumento, il ponte, l'arredo urbano come scandalo, trovata, innovazione radicale, effetto speciale. Un trend piuttosto recente, quest’invasione dei signori grandi firme dell’architettura. Determinati ad allungare, ovunque, dall’Africa, all'Europa, all'America, la propria zampata spettacolare. Anche se non è tutt’oro quel che riluce: a denunciare inghippi, intoppi e trionfi solo apparenti dei professionisti più in voga, è il saggio di Franco La Cecla, «Contro l'architettura», che uscirà a giorni da Bollati Boringhieri (sarà presentato alla Fiera del libro di Torino).
Antropologo degli spazi urbani, lo studioso ha prestato il suo apporto a vari progetti architettonici, è stato consulente di Renzo Piano per la risistemazione di Harlem, di Barcelona Regional per il riassetto urbanistico della città catalana, in giuria per il piano regolatore di Tirana. Oggi individua una radicale trasformazione nel profilo dell’architetto più à la page. Un assaggio? A Boston un guru di matita e inchiostro di china oggi scomparso, come José Lluis Sert, amico e collaboratore di Le Corbusier, fondatore a Barcellona del gruppo Este del Gatepac, dopo tanti successi ha avuto modo di trasformare il campus universitario nordamericano in cittadina catalana, con atmosfera ed edifici dall’aria assai mediterranea. Lo ha fatto suscitando veementi proteste di studenti e prof tra cui il rettore della Boston University, John Silber. Che in un'accorata testimonianza, «Architettura dell’assurdo: come il genio ha sfigurato la pratica di un'arte», ha messo nero su bianco che l'artista non ha rispettato le più funzionali esigenze degli accademici ma nemmeno luci, ombre, paesaggio.
Ecco poi Frank Gehry - artefice del Guggenheim di Bilbao - che ha dato vita, per il mitico Mit di Boston, a improbabili laboratori scientifici dove, avendo i ricercatori bisogno di segretezza e riservatezza, ha offerto loro uffici-vetrine da centro commerciale. Ed è pure stato citato in giudizio dal Massachusetts Institute of Technology perché nelle sue scatole trasparenti nevica e piove in abbondanza. In Etiopia, un altro protagonista dello star system architettonico, Carlo Aymonino, anche lui dopo una carriera lastricata di benemerenze, tira su per le strutture ipogee di Axum, tettoie bianche e piatte su pilastri di acciaio come una stazione di servizio Agip. Che nemmeno tutelano dall’invasione delle acque.
E non basta. Sono solo alcune campionature di archisuper incontenibili. Oggi, nel mirino di quanti non apprezzano le archistar, ci sono le firme più prestigiose come Santiago Calatrava, anche lui portato in tribunale dal Comune di Valencia per il nuovissimo Palazzo dell'Arte che non ha retto al temporale. Calatrava per Venezia ha [url=http://www.replicadereloj.es/relojes/cartier]cartier replicas[/url] costruito il quarto ponte sul Canal Grande in otto lunghi anni (per quello di Rialto ce ne sono voluti tre), sotto l'occhio dei veneziani che scettici commentano «xe na sempiada» poiché collega due punti tra i quali nessuno passa. Per arrivare a Renzo Piano, il cui grattacielo per il «New York Times» è stato descritto con «facciata piatta e senza vita... con un'aria quasi minacciosa»; a Massimiliano Fuksas, all'olandese Rem Koolhaas, al celebre studio Sanaa, a Franco Purini, pronto a realizzare lo skyscraper dell'Eur, a Vittorio Gregotti. Tutti rei di voler trasformare le città in un brand, ovvero in un rincorrersi di personali griffe apposte a «luoghi privi di luogo», scrive l'antropologo, tra eccesso di «vetrinizzazione e di plastificazione».
Insomma gli architetti, che verso la fine del secolo scorso inseguivano utopie e progetti di natura sociale, oggi, indossati i panni degli artisti, fanno un’architettura solo «da sfogliare», da rivista patinata, animati dalla voglia di imprimere il proprio logo con opere molto riconoscibili ma che non aiutano la vita quotidiana. Altro che archi-Superman, è il grido di allarme. Ma la contesa è aperta.


 

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